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UNO SGUARDO ALLA NORVEGIA – Un mese a Oslo tra città, bambini e natura a cura di Martina Masola e Francesca Benni

Aggiornamento: 1 mag




Playground scolastici e naturali

Il legame con l’esterno è culturalmente intrinseco in Norvegia e il frequentare il fuori ha un’accezione differente rispetto alla visione italiana. Grazie al fattore culturale friluftsliv, letteralmente vita all’aria aperta, lo stare outdoor per il popolo norvegese è legato a qualsiasi attività che contempli la natura come agente accogliente a tutti gli effetti e, talvolta, anche educativo. Durante la nostra esperienza scandinava, Francesca ed io, abbiamo potuto osservare e toccare con mano come il giardino sia il luogo per eccellenza in cui incontrare l’esterno. Attenzione, poiché fermandoci all’idea italiana di giardino, si rischia di perdere l’ampia e diversificata visione norvegese dell’educational playground.

L’osservazione quotidiana ci ha permesso di notare come il playground sia il punto all’esterno che concorre e sostiene le dinamiche educative, strutturate o meno. Il playground della scuola primaria R. che ci ha ospitate è formato da un ampio giardino attrezzato articolato in più livelli. Nell’area bassa sono presenti un punto attrezzato con strutture prefabbricate che permettono l’arrampicata, il salto, l’equilibrio e il disequilibrio. Carpi L. definisce tali azioni come Bisogni Educativi Naturali, cioè bisogni facenti parte del DNA psicomotorio evolutivo, e tali esperienze specie specifiche servono al bambino come crescita e sperimentazione/espressione, mentre all’adulto sono utili per osservare le dinamiche di gioco, elaborare proposte adeguate e organizzare spazi consoni. Ai piani più alti del giardino c’è meno strutturazione, lo spazio è erboso, con diversi alberi sui quali è possibile arrampicarsi, dai quali osservare e scrutare, coi quali giocare a nascondino e dai quali lasciarsi ispirare per plasmarcisi attorno diverse tipologie di gioco simbolico. L’uso peculiare e lo sfruttamento della verticalità sono gli elementi spiccanti che accomunano i diversi playground frequentati.




Oltre agli alberi sono presenti anche delle strutture a pergolato di legno sotto le quali trova accoglienza il desiderio di contenimento e rifugio (holding) tipico di alcune tappe di sviluppo psicomotorio dei bambini. Ci sono altri playground che la scuola adotta come propri punti diffusi e aggiuntivi: il bosco e il lago. È incredibile l’uso didattico che si fa di questi giardini dislocati. Il bosco e il lago risultano insegnanti autorevoli e accoglienti e rimane chiaro e costante il richiamo ai bisogni naturali di movimento dei bambini. Il fuori è setting di apprendimento reale, situato, autentico, duraturo e cooperativo. C’è spazio per qualsiasi interazione il bambino necessiti: tempi personali distesi, o molto rapidi; messa in campo di competenze reali, che servono per accrescere il livello di auto percezione ed autostima; spazi individuali nei quali è possibile stare soli o punti ed attività di gruppo nei quali trovare qualcuno con cui condividere. Gli aneddoti più affascinanti derivanti da situazioni viste nei suddetti contesti riguardano l’uso di strumenti naturali nel bosco: un albero e una corda, due legni come leva, un tronco con rami come palco o altalena, ecc.


L’esperienza di arrampicarsi sull’albero e dondolarsi alla corda aggrappati con mani e piedi si carica di senso emotivo e motivazionale in quanto è accattivante e sfidante; al contempo il valore è fisico, si sperimentano il disequilibrio, l’equilibrio e la presa; sono coinvolti la cooperazione, l’aiuto e la forza del gruppo, ma anche l’apprendere dagli errori e dai successi degli altri ed infine, grazie alla funzione riflessiva messa in campo dall’educatore, si fa esperienza intellettiva life long di apprendimento.

di Martina Masola



Playground urbani

La città sembra suggerire continuamente spunti motori e sensibili in continuità con quelli che la natura circostante offre. Arrampicata, salto, manipolazione, sensorialità, sono alcuni degli aspetti che i vari playground urbani di Oslo offrono mentre si passeggia tra una strada e l’altra.



Il primo luogo denso di possibilità che trovo interessante raccontare è Verdensparken, area pubblica comodamente raggiungibile scendendo alla fermata metropolitana Furuset di Oslo e ricca di importanti stimoli e proposte. Nella strada che si percorre per raggiungere il parco si trovano tra i palazzi due piccoli parchetti di quartiere, in cui è possibile sperimentarsi rispetto ad arrampicata ed equilibrio grazie a grandi massi e strutture artificiali, oltre che giocare con grandi altalene e in diverse sabbiere.

Continuando pochi minuti a piedi si raggiunge un’ampia area verde piena di piccole e grandi collinette; il primo spazio che si incontra è un angolo scavo pieno di sabbia in cui sono presenti due ruspe di metallo fissate al terreno su cui sedersi e simulare il gioco dell’escavatore coordinando lo strumento con le due mani per svolgere due possibili movimenti, alzare il braccio della ruspa e muovere la ruspa avanti e indietro per raccogliere la sabbia. Con il seggiolino si può ruotare l’escavatore a destra e a sinistra.




Proseguendo nel parco ci si imbatte poi in una grande vasca di sassi, piena di grossi massi e piccoli ciottoli che portano a pensare a un ampio contenitore per l’acqua piovana – questo anche osservando la pendenza del terreno ed un cartello giallo che riporta l’immagine di una persona a pelo dell’acqua accompagnata dalla scritta “profondo 1 metro”. Sul muretto della vasca si trovano sassi disposti in fila o a formare piccole sculture, e questo subito mi fa pensare alle creazioni di qualche bambino curioso passato da lì in un momento di assenza d’acqua.



Camminando oltre questa zona si raggiunge un’ampia area del parco dedicata invece al parkour, disciplina sportiva molto praticata in Norvegia che consiste nell’effettuare un percorso, perlopiù in contesto urbano, superando con movimenti tecnici ed abilità varie ogni ostacolo che si incontra. In questa stessa area del parco si trovano anche strutture per l’allenamento e piccole pareti attrezzate per l’arrampicata.

Il coinvolgimento grossomotorio è sicuramente l’aspetto più stimolato dall’allestimento di questo spazio. Continuando a procedere si arriva infine alla parte più caratterizzante del parco, di impatto anche visivo oltre che particolarmente unica rispetto agli altri allestimenti appena descritti.



Al centro di una grande area sabbiosa, imponenti più di qualsiasi altra struttura del parco, si trovano due grandi costruzioni dal colore giallo ocra e dalla forma morbida seppur geometrica. Al tocco si percepisce un materiale duro e ruvido, che gratta e aggrappa le mani, si scalda al sole ma non tanto da poter bruciare la pelle di chi lo tocca. Ogni finestra e ogni foro - dalla forma quadrata o rettangolare ma dagli angoli arrotondati e dai bordi inspessiti - si rivelano appiglio perfetto per un’arrampicata solida e sicura. Le due strutture risultano sostanzialmente molto simili tra loro fatta eccezione per le dimensioni e la sporgenza verso l’esterno, più pronunciata nella più grande delle due; questa inoltre al suo interno presenta una ragnatela di corde che rassicurano un’eventuale caduta e permettono un tipo alternativo di arrampicata.



In giornate di sole i fori attraversati dalla luce creano un curioso e stimolante gioco di ombre. E così queste costruzioni gioco, sono casa, tana, albero da arrampicare, sono finestre, porte da attraversare, sono gioco di luci e ombre per gli occhi, sono superfici da toccare per le mani, nascondiglio, sedia, punto di ritrovo, e mille altre possibilità ancora. Intorno a questi colossi si trovano altre strutture di colori e forme differenti, le quali suggeriscono diversi movimenti. Quella rossa si presenta come un piccolo labirinto di cunicoli e per le sue dimensioni può essere percorsa solo strisciando, o a carponi, o in posizione seduta.



Le strutture grigie invece sono due, di grandezze diverse ma di forma simile tra loro e suggeriscono un’idea di casa e nascondiglio pur mantenendo varie aperture che generano giochi di luce e possibilità di vedere il fuori con tagli e prospettive nuove. Oltre a varie altalene, vasche di sabbia, scivoli e pendenze, si trova in questa zona del parco anche un altro forte punto di interesse, un piccolo laghetto. L’acqua non sembra affatto profonda e la disposizione dei massi all’interno dell’area permette di attraversare il lago da una parte all’altra come in un vero e proprio percorso ad ostacoli. Interessante è poi la scelta di piastrellare la zona limitrofa all’acqua con mattonelle in parte concave, i cui solchi simulano e ricordano l’andamento di un fiume.



A conclusione di questa passeggiata insieme nell’immenso Verdensparken forse sorgerà anche a voi lettori una domanda: è necessario inserire queste strutture più o meno imponenti all’interno di un’area verde urbana già ricca di elementi, pendenze e sollecitazioni di gioco ed esplorazione?

In che misura e in che modo deve essere strutturato e artificiale un playground per rendere una città davvero giocabile? Come si può progettare uno spazio all’aperto urbano mantenendo quanto più possibile un dialogo profondo con le peculiarità del territorio, la cultura del popolo che lo abita e la natura che lo caratterizza? Personalmente credo che l’esempio norvegese sia una proposta interessante e di valore in quanto sollecita tante e diverse forme di abilità e competenza in bambini e adulti che lo vivono quotidianamente, mantenendo comunque una stretta relazione con lo spazio che lo accoglie, ma la questione rimane sicuramente aperta e discutibile.

di Francesca Benni


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